Riforma

il Messaggero 20 ott 2019 - Crisi d’impresa, ora si punta al risanamento

  • Icona data inserimento news 18 giugno 2020

Riforma organica delle procedure concorsuali/ Il nuovo impianto normativo prevede misure per intervenire prima che lo stato di sofferenza di un’azienda degeneri in dissesto


La commercialista Mazzucco: non più solo logica liquidatoria, introdotte misure per il superamento delle difficoltà

La vecchia legge fallimentare continuerà a trovare applicazione finché non entrerà pienamente in vigore la nuova normativa. Il Dl contenente la riforma, infatti, ad eccezione di alcune norme che vengono anticipate, sarà attuativo a partire dal 15 agosto 2020. C’è voluto un Codice e non più un Testo unico per dare corpo alla rilevanza e alla complessità delle materie trattate. L’Italia ora ha il “Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza”, che ha profondamento modificato le vecchie procedure

fallimentari, introducendo grandi novità: l’inserimento di meccanismi di allerta e di composizione assistita, di misure protettive, di strumenti di regolazione dello stato di sofferenza, nel tentativo di privilegiare la conservazione e la continuità dell’azienda, ricorrendo alla liquidazione giudiziale nei casi più negativi, risparmiando comunque al fallito il discredito sociale, dal momento che i termini fallimento e fallito spariscono dal nostro ordinamento. Sul tema interviene la dottoressa Sonia Mazzucco

No allo stigma sociale con norme e lessico nuovi

< < Al riguardo - osserva Sonia Mazzucco, dottore commercialista e revisore legale con Studio a Roma - si rileva che già nella Relazione illustrativa della riforma viene prevista l’eliminazione dei termini “fallito” e “fallimento” per poter così “…evitare l’aura di negatività e di discredito non necessariamente giustificati dal mero fatto che un’attività d’impresa, cui sempre inerisce un corrispondente rischio, abbia avuto un esito sfortunato…”. D’altronde, la stessa Commissione Rordorf nella propria Relazione aveva sostenuto che un nuovo “…approccio lessicale può meglio esprimere una nuova cultura del superamento dell’insolvenza, vista come evenienza fisiologica del ciclo vitale di un’impresa, da prevenire ed eventualmente regolare al meglio, ma non da esorcizzare…”. Ciò detto, merita a questo punto soffermarsi ed operare delle riflessioni sul momento storico in cui si introduce la riforma qui in argomento. Come noto, nel nostro Paese il fallimento è stato governato per circa 80 anni dal Regio Decreto n. 267 del 16. 3. 1942, introdotto in un’epoca nella quale la proprietà della terra e l’agricoltura rappresentavano le primarie occupazioni per il tessuto sociale, dove la presenza di imprese di natura commerciale era di difficile realizzazione. Ed è così, in questo scenario, che il fallimento non poteva che essere ritenuto come un’accezione negativa, una vera e propria “offesa all’economia”, con la convinzione che le procedure concorsuali fossero l’unica strada per offrire una possibile soluzione di rimedio del danno cagionato al ceto creditorio, e contestualmente così poter intervenire con misure punitive sul soggetto debitore colpevole.

Il vecchio ordinamento inadeguato ai tempi

La crescita del contesto economico e le modifiche dello scenario sociale, nel tempo consentirono - continua la dottoressa Mazzucco - di far comprendere come l’impianto normativo fallimentare così strutturato non fosse più adatto all’epoca, ma ritenuto sempre più inadeguato e superato, mal confacente al nuovo modo di “fare impresa”. Tale circostanza accentuava sempre di più l’esigenza di un rinnovamento normativo, comportando via via nel tempo interventi di parziale riforma della normativa fallimentare. Si sentiva, quindi, sempre più il bisogno di rivedere la disciplina fallimentare,

DA ANNI C’ERA L’ESIGENZA DI UNA RIFORMA ORGANICA, COMPLETA ED UNICA. ORA L’ITALIA, OLTRE A COLMARE IL DIVARIO CON MOLTI PAESI DELL’UE, SI METTE AL PASSO CON LE ESIGENZE DEL MERCATO E DELLE IMPRESE IN DIFFICOLTÀ

affinché non fosse più unicamente improntata secondo una logica liquidatoria dell’impresa insolvente, che certamente è a tutela dei diritti dei creditori, ma fosse altresì rivolta anche a quelle realtà imprenditoriali in difficoltà ma non necessariamente riconducibili alla procedura fallimentare. Infatti, a seguito delle riforme così intervenute da parte del legislatore, il nostro ordinamento ha introdotto e fortificato alcune misure volte a rimediare e a consentire all’impresa il superamento di una propria situazione di crisi, consentendogli di proporre accordi con i propri creditori, qualora le difficoltà fessero state ritenute superabili e gestibili dall’imprenditore stesso.

L’Italia allineata alle norme di molti Paesi Ue

Ecco allora che nei tanti anni sin qui trascorsi, dalla prima introduzione della Legge Fallimentare – appunto ormai come detto di quasi un secolo fa –, l’esigenza di una riforma organica, completa ed unica, era oramai divenuta più che mai necessaria, una riforma - spiega la dottoressa Mazzucco - che consentisse di fatto di operare un vero e proprio passaggio culturale e sociale, affinché si potesse non più parlare del “diritto fallimentare” ma del “diritto della crisi d’impresa”. In coerenza e in armonia con quanto appena detto, è stato così valorizzato il ruolo dell’autonomia privata nella soluzione dei conflitti. In linea generale, va detto che tale riforma si è in sostanza allineata ad altre legislazioni estere – quali ad esempio la Francia, la Germania e la Spagna – ove si è consolidata oramai la convinzione di ritenere le procedure concorsuali quali “strumenti” finalizzati alla conservazione dei mezzi organizzativi dell’impresa, mirando in tal modo al risanamento aziendale e alla preservazione del “buono stato di salute” dell’Azienda.

Tra i punti cardine l’emersione precoce della crisi

In tale ottica, si segnalano quali innovative le seguenti previsioni contenute nella riforma: l’introduzione di una fase preventiva di “allerta” della crisi, finalizzata all’emersione precoce della stessa e ad una sua risoluzione; la facilitazione all’accesso ai piani attestati di risanamento ed agli accordi di ristrutturazione dei debiti; la semplificazione delle regole processuali. In caso di sbocco giudiziario della crisi, viene prevista, in particolare, l’unicità della procedura destinata all’esame di tutte le situazioni di crisi ed insolvenza; dopo una prima fase comune, la procedura potrà, a seconda dei diversi casi, evolvere nella procedura conservativa o in quelle liquidatoria. In conclusione si osserva che resta sullo sfondo della riforma interventi sulla parte penale, sulla quale il Decreto Legislativo non ha inciso, ma è stata la stessa delega ha non prevederlo. Gli interventi penali, sostanzialmente, sono stati circoscritti e concentrati sull’individuazione di un pacchetto di incentivi per favorire quell’imprenditore che ha saputo muoversi “tempestivamente” per gestire la propria crisi ed anticipare così un eventuale stato di insolvenza, anche con l’introduzione di circostanze attenuanti in tema di responsabilità.

Convegno con tavoli di confronto e dibattito

Di fronte all’epocale riforma del sistema di norme in tema di crisi ed insolvenza, molti – conclude la dottoressa Mazzucco – sono i tavoli di approfondimento sulla materia da parte dei tecnici, ciò al fine sia di valorizzarne le opportunità ma anche per favorirne le occasioni di confronto professionale sulle possibili criticità applicative. E così, tra i vari eventi, si rammenta quello organizzato dall’Unione Giovani Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili di Monza e Brianza dal titolo “La soluzione della Crisi d’Impresa” tenutosi in data 10 settembre 2019 al Teatro Binario di Monza, nel quale professionisti e magistrati esperti in materia si sono ritrovati in più tavoli di approfondimento e confronto> > .

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